Born to Run” è molto più di un semplice disco rock: è l’istantanea sonora di una nazione che sogna e sbanda allo stesso tempo. In otto tracce, Bruce Springsteen racconta il desiderio inestinguibile di libertà e riscatto che anima milioni di persone, il cuore stesso del mito americano. Ma lo fa con uno sguardo disilluso, consapevole che il “sogno” non è mai garantito e che spesso bisogna rincorrerlo con tutta la forza che si ha, anche a costo di perdersi per strada. 

Quando il disco uscì, nell’agosto del 1975, l’America viveva una stagione di incertezza. La guerra in Vietnam era appena terminata, la crisi energetica aveva incrinato il mito del benessere illimitato, lo scandalo Watergate aveva minato la fiducia nelle istituzioni. Nelle strade e nelle periferie si respirava disillusione, ma anche un bisogno disperato di ricominciare. In questo scenario, Springsteen – fino ad allora un giovane cantautore apprezzato dalla critica ma ancora lontano dal successo commerciale – riuscì a dare voce a un’intera generazione.

Born to Run” arrivava dopo due album, “Greetings from Asbury Park“, “N.J.” e “The Wild, the Innocent & the E Street Shuffle“, che avevano mostrato il talento di Springsteen senza però garantirgli la consacrazione. Con questo terzo lavoro, invece, il ragazzo del New Jersey si giocava tutto: la Columbia gli aveva dato un ultimatum, e lui mise anima e corpo nella creazione di un disco che fosse al tempo stesso epico e personale, romantico e rabbioso.

Il cuore pulsante dell’album è la title track, Born to Run, tre minuti e mezzo che condensano tutta la poetica springsteeniana: ribellione, amore, velocità e l’urgenza di vivere qualcosa che valga la pena. È un inno non tanto alla fuga, quanto alla possibilità, alla convinzione che da qualche parte esista una via d’uscita. Due giovani amanti, stanchi di essere avviluppati alla vita quotidiana, decidono di lanciarsi sulla strada aperta alla ricerca di un luogo dove possano sentirsi finalmente liberi. La scena è dipinta con l’immagine di un motore rovente e ruggente, la città è alle spalle, l’orizzonte è una promessa: restando uniti nessuno potrà schiacciarli.

Born to Run” non fu solo un successo artistico: fu la svolta che trasformò Springsteen in una stella. Nell’ottobre del 1975, la sua faccia finì contemporaneamente sulla copertina di Time e Newsweek, consacrandolo come “la nuova voce d’America”. Quel ragazzo del New Jersey che scriveva di sogni e fughe era improvvisamente diventato il simbolo stesso di una generazione che voleva ricominciare a credere.

In occasione del cinquantesimo anniversario il Boss ha sorpreso i fan rilasciando ufficialmente uno degli inediti più suggestivi delle sessioni del 1975: Lonely Night in the Park. Questo brano, mai pubblicato in qualità studio fino ad oggi, è stato registrato presso i mitici studi Record Plant di New York con la E Street Band e il supporto del produttore Jon Landau.


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